Milioni pratiche in archivi edilizi, per Comuni urgente dematerializzare

12/12/2021

Se per l’Agenzia delle Entrate la traiettoria che avrebbe portato alla completa digitalizzazione di quanto concerne il Catasto sembrava essere chiara fin dagli anni ’80, e si è sostanzialmente già compiuta, per i Comuni l’urgenza di dematerializzare i milioni di pratiche che affollano gli archivi edilizi e urbanistici sembra essere stata avvertita, in maniera diffusa, solo di recente. Pochissimi sono, infatti, gli enti locali che hanno già portato a compimento questo processo, la cui improrogabilità è emersa con forza soprattutto in fase pandemica, dove proprio i lunghi tempi di attesa hanno messo a repentaglio l’efficacia di misure, come il superbonus 110%, sulla cui riuscita il governo stava e sta puntando molto. E’ quanto emerge da un dossier realizzato dal Centro Studi Enti Locali per l’Adnkronos. 

Per avere un’idea di quanto sia sterminata la quantità di autorizzazioni, licenze, dichiarazioni e permessi accumulati negli archivi italiani, basti pensare che il solo archivio edilizio del Comune di Bologna contiene oltre 820mila pratiche. Quello di Padova ha messo insieme, dal 1930, circa 157mila pratiche, organizzate in ben 7 chilometri di scaffali. Stando a quanto riferito dall’amministrazione padovana, il superbonus 110% ha fatto impennare il numero di richieste di accesso alle pratiche per verificare che gli edifici siano conformi alla legge, facendo sì che il tempo per l’evasione delle richieste si triplicasse. Da lì la decisione di avviare un processo di dematerializzazione il cui costo finale dovrebbe superare i 7 milioni di euro (1,2 sono stati già stanziati). 

Come si intuisce da quest’ultimo dato, i costi per completare la digitalizzazione di questi chilometri e chilometri di archivi documentali non sono irrilevanti. E’ notizia di pochi giorni fa lo stanziamento, da parte del Comune di Ferrara di quasi mezzo milione di euro per digitalizzare 400 metri di archivio cartaceo; quello di Bologna, a suo tempo, ha sborsato oltre 2 milioni. 

Ma anche per Comuni di piccole dimensioni le somme, con le dovute proporzioni, sono significative. Il comune di Ala, 8mila abitanti in provincia di Trento, ha impegnato in passato 30mila euro per questa finalità. San Pietro Terme, comune del bolognese con poco più di 20mila abitanti, ha posto come importo a base di gara 61.500 euro netti. Allo stesso scopo, l’Unione dei Comuni Valli del Reno, Lavino e Samoggia ha previsto una spesa di circa 200mila euro, Montecatini circa 27mila euro, Follonica 39mila, mentre l’amministrazione di Acquaviva ha stanziato circa 100mila euro.  

Sono solo alcuni degli esempi che emergono dalla consultazione dei numerosi bandi di gara lanciati dagli enti, soprattutto nell’arco dell’ultimo biennio, proprio per rispondere all’ondata di richieste pervenute dai tecnici e dai cittadini che intendano avvalersi delle agevolazioni introdotte dall’esecutivo per rilanciare il settore edilizio. Prima che questo sconfinato patrimonio diventi a portata di click, anche per chi si è mosso lo scorso anno, dovrà passare ancora molto tempo. Mediamente i bandi, anche per i Comuni più piccoli, prevedono una durata di circa di 3 anni ma ci sono casi in cui si arriva anche a 12.  

Roma Capitale ha avviato, nel settembre del 2017, un progetto per la digitalizzazione dell’Archivio progetti del Dipartimento Programmazione e Attuazione Urbanistica, contenente i titoli edilizi corredati dai relativi elaborati progettuali rilasciati dal 1931 ad oggi, nonché dei certificati di agibilità e di tutte le informazioni catastali, informazioni energetiche resi disponibili da altri Uffici capitolini o da altre amministrazioni. Questo processo – il cui costo è stato quantificato in quasi 3 milioni di euro – non sarà completato prima del giugno 2023.  

Negli enti locali, dunque, la completa digitalizzazione del patrimonio immobiliare è ancora lontana. Ma che cosa significa non avere a disposizione un archivio digitale di questo genere di documentazione? Per professionisti e tecnici del settore, questo si traduce nel dover aspettare anche mesi per avere un appuntamento e potersi recare fisicamente in un archivio a consultare fascicoli indispensabili, ad esempio, per consentire compravendite di immobili e ristrutturazioni. I più fortunati si trovano di fronte, quanto meno, un operatore che ha una sorta di catalogazione telematica in base alla quale possono ottenere indicazioni precise sulla collocazione del faldone di loro interesse. In molti casi, però, anche questa è ancora utopia e anche questa funzione è svolta da un registro cartaceo. 

Lo scorso dicembre Anci lanciò l’allarme sul rischio che il superbonus 110% finisse per essere soffocato dalla burocrazia. “La documentazione attualmente necessaria – si legge in una nota trasmessa al governo da alcuni amministratori locali impegnati nell’associazione riportata da Csel – prevede ricerche che, soprattutto negli archivi delle grandi città, richiedono un lasso di tempo che va dai 6 ai 12 mesi per essere reperite: così si mette a rischio l’effettivo accesso agli investimenti. Non solo: questa laboriosa ricerca concentra integralmente il lavoro degli archivi dell’edilizia delle città su queste pratiche, bloccando di fatto tutta l’attività ordinaria che è altrettanto decisiva per la ripresa economica del nostro Paese”. 

Dalle informazioni sulla proprietà alle ipoteche, dalle planimetrie alle mappe, affonda le radici addirittura negli anni ’70 la digitalizzazione di tutta la documentazione riferita allo stock immobiliare italiano, che nel 2020, anno a cui si riferiscono le ultime statistiche catastali diffuse dall’Agenzia delle entrate, conta oltre 69,5 milioni di immobili, circa la metà dei quali di tipo residenziale. E’ in quell’epoca, infatti, che ha inizio il processo di definizione delle modalità da adottare per rendere accessibili anche in formato digitale le cartografie catastali cartacee. Poi, a partire dal ’92, sono stati informatizzati gli atti di aggiornamento del catasto e nel 1995 è partita la sperimentazione del software Docfa per la presentazione, agli uffici territoriali dell’Agenzia delle entrate, di nuovi accatastamenti, variazioni catastali di edifici esistenti o denunce di unità afferenti ad enti urbani. 

A differenza di quanto osservato per gli archivi edilizi di proprietà dei Comuni, la digitalizzazione del catasto – osserva Csel – è ormai un dato di fatto a tutto tondo, una realtà consolidata da anni di prassi che ha consentito di azzerare i tempi di attesa per pratiche e procedure che una volta richiedevano intere settimane.  

Tra i molti volti assunti da questo processo di dematerializzazione delle informazioni detenute dall’amministrazione finanziaria, Csel segnala Pregeo, la procedura informatica utilizzata dai tecnici per modificare e aggiornare i dati relativi alle proprietà registrate nel Catasto Terreni. Inoltre, il Geoportale Cartografico Catastale, che garantisce libero accesso alla consultazione della cartografia catastale, attraverso la ricerca e la visualizzazione dinamica delle particelle ivi presenti (tenute costantemente aggiornate, in modalità automatica, tramite gli atti tecnici predisposti e trasmessi telematicamente dai professionisti abilitati). 

Novità dell’ultimo anno è l’avvio del Sistema integrato del territorio (Sit), lanciato il 1° febbraio scorso, che prevede una banca dati catastale unica nazionale in cui tutte le informazioni, prima frammentate in dati censuari e cartografici, vengono integrate e georiferite direttamente e indirettamente agli oggetti cartografici. 

 

 

 

 

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